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San Ciro, all’origine dell’arte medica

san ciro

Almeno tre sono i santi di nome Ciro che si festeggiano in vari periodi dell’anno. Le scarse e frammentarie notizie biografiche che ci restano su San Ciro di Alessandria ci sono giunte per tradizione orale, soprattutto grazie ad un’opera del VII secolo, attribuita al patriarca di Gerusalemme San Sofronio, autore degli Atti dei santi martiri alessandrini Ciro e Giovanni. Ciro nacque da famiglia cristiana intorno all’anno 250 ad Alessandria d’Egitto, e studiò medicina nella sua città; divenuto medico in quella scuola, Ciro aprì un ambulatorio con laboratorio. Sofronio racconta che Ciro era un medico valente, rifulse per la dottrina, ed eccelse in maniera particolare per la santità della vita, umile e dedita alla carità. Somministrava cure gratuite ai poveri ed agli indigenti, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “anàrgiro”(dal greco anargyros, senza denaro), e incitava i malati a trovare conforto nella fede e nella preghiera. Ridonava la salute tanto ai corpi quanto alle anime e convertì molti pagani al cristianesimo.

La scelta del deserto

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Nel 299 i medici alessandrini, accusati di magia e stregoneria, divennero bersaglio di una violenta sommossa popolare e, poiché gravava su di essi il sospetto di cospirare contro l’impero, l’imperatore Diocleziano decise di perseguitare chiunque svolgesse attività “curative” senza autorizzazione, senza distinguere tra medici e maghi. Le autorità imperiali non risparmiarono neppure i trattati di scienza medica contenuti in migliaia di rotoli di pergamene, che vennero incendiati e distrutti. Ciro visse perciò nella seconda metà del III secolo, giungendo fino al 303, anno della grande e ultima persecuzione scatenata da Galerio e Diocleziano. Il prefetto di Alessandria a quel tempo, venuto a conoscenza delle azioni del Santo, comandò che fosse subito arrestato. Ciro venne quindi perseguitato in un primo momento, non tanto come cristiano, ma come medico.

Per evitare la persecuzione San Ciro decise di ritirarsi in Arabia Petrea, presso la piccola oasi di Ceutzo. Questa fuga da Alessandria segnò una nuova tappa nella vita del medico cristiano. La tumultuosa metropoli egiziana, caduta nella degradazione morale e nella corruzione della stessa classe dei medici, non riuscì a intaccare la sua morigeratezza. Egli si appartò dal mondo e si dedicò ad una vita di preghiera e penitenza, cambiando anche il suo modo di essere medico. Smise di esercitare la professione ma non rinunciò ad aiutare il prossimo, non servendosi più di erbe e medicinali, ma affidandosi alla preghiera e all’insegnamento delle persone che lo raggiungevano.

Il martirio

La persecuzione più violenta e più sanguinosa di tutti i tempi, dette a quel periodo, durato un triennio, l’appellativo di “era dei santi martiri”. Diocleziano intensificò la persecuzione contro i cristiani, che attraverso l’emanazione di diversi editti, furono destituiti dei loro diritti civili, arrestati, e qualora non abiurassero la propria fede, torturati e condannati a morte. La tremenda persecuzione si estese in Asia Minore, dilagò in Palestina, quindi divampò in Africa. A queste notizie Ciro e Giovanni decisero di lasciare il proprio eremo e di ritornare ad Alessandria per sostenere i fratelli nella fede. San Sofronio fa menzione di tre fanciulle,e della loro madre vedova. Queste, poiché cristiane, erano state incarcerate a Canopo, per essere condannate, qualora non abiurassero la loro fede. Così, dopo quattro anni di vita ascetica, Ciro e Giovanni decisero di fermarsi in questa cittadina per consolare, con la parola e l’esempio di fermezza, la piccola comunità cristiana. Essi furono scoperti e accusati di insinuare alle donne arrestate il disprezzo per gli dei e il loro culto. Vennero portati presso il prefetto Siriano, il quale comandò che venissero torturati se non avessero ritrattato la fede cattolica. Così, alla presenza delle donne e con lo scopo di intimorirle, essi vennero condannati alla morte più atroce. I supplizi loro inferti furono tra quelli più conosciuti all’epoca: flagelli, chiodi, ustioni con torce ai fianchi, pece bollente, versamento di sale e aceto sulle piaghe. Ma le donne alessandrine, confortate dal loro esempio, rifiutarono di rinunciare alla propria fede e vennero spietatamente trucidate. Subito dopo Ciro e Giovanni, con la decapitazione, subirono l’eroico martirio: era il 31 gennaio del 303.

Culto e traslazione dei corpi

I corpi dei Santi Ciro e Giovanni vennero riposti nel tempio di San Marco ad Alessandria, dove rimasero fino all’inizio del V secolo. Successivamente il patriarca alessandrino San Teofilo, con lo scopo di perpetuare il ricordo dei martiri e sradicare il culto degli dei pagani, aveva iniziato a far costruire a Canòpo un tempio dedicato agli Apostoli, dove trasferire i corpi di Ciro e Giovanni. Il santuario acquistò ben presto larga fama, e la notizia di alcune guarigioni avvenute richiamarono a Canòpo numerosi pellegrini. . Il testimone principale della vitalità del culto verso i santi martiri fu lo stesso Sofronio, anch’egli guarito da un’oftalmia a seguito di un sogno. Egli stilò anche una raccolta di 70 miracoli ivi operati, divisi in sette decadi; di alcuni fu testimone oculare, di altri ebbe notizia dagli stessi miracolati. Con l’invasione araba, verso la metà del VII secolo, il santuario andò in rovina, ma ancora oggi l’intera regione dove si svolsero i miracoli e il martirio del Santo viene chiamata dagli arabi Aboukir, in memoria dell’abate Ciro.

Intorno al X secolo le spoglie dei martiri furono portate a Roma da due monaci, Grimaldo e Arnolfo. Qui la colonia alessandrina di via Portuense eresse e dedicò loro una basilica, tuttora esistente, chiamata Santa Passera. Qui furono riposti i corpi dei due martiri. Intorno al XIV secolo, a causa delle frequenti inondazioni del Tevere, le reliquie dei santi martiri vennero trasportate nella Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, dove San Ciro, fin dal secolo VII, era particolarmente venerato.

Successivamente, nel 1600, le reliquie furono traslate a Napoli ad opera del cardinale Francesco Sforza e collocate nella chiesa del Gesù Nuovo. Ciro e Giovanni erano già venerati a Napoli, grazie soprattutto alla presenza di colonie di mercanti alessandrini, da secoli operanti in città, che edificarono anche un tempio in loro onore presso il vico denominato de Alexandrinis. Verso il 1675 giunse al Gesù Nuovo San Francesco De Geronimo, gesuita di origine grottagliese, che svolse per circa 40 anni il suo apostolato missionario a Napoli e in altre regioni del Regno. Egli contribuì a rinvigorire ed estendere il culto dei santi martiri Ciro e Giovanni. Infatti si narra che durante la sua predicazione portasse con sé alcune reliquie in una teca e se ne servisse per benedire gli ammalati. Numerose sarebbero state le guarigioni e ciò contribuì a diffondere la devozione di San Ciro presso il popolo napoletano.

Oggi in molte città italiane sono presenti tracce del culto di San Ciro: Portici, dov’è presente la reliquia di una parte del cervello del santo, riposta in una teca nell’altare della Basilica a lui dedicata, proprio sotto la stupenda statua lignea di San Ciro, Atena Lucana, Sulmona, Lucera, Cerignola, Castellammare di Stabia, Sora, Frattamaggiore, Acquaviva delle Fonti, Cerreto, Bologna, Novara, Foggia, Avellino, Palermo. Inoltre è patrono di Portici, Vico Equense (insieme a San Giovanni), Nocera Superiore, Grottaglie e Marineo. In quest’ultima città il culto nacque nel 1665, a seguito della donazione della reliquia del teschio di San Ciro concessa da papa Alessandro VII al marchese Girolamo Pilo.  A Grottaglie la devozione verso il santo medico venne introdotta nei primi anni del Settecento. Ad Atena Lucana, di cui San Ciro è il protettore, il culto si sviluppò con particolare vigore a seguito di una prodigiosa guarigione avvenuta nel 1863, quando una giovane in fin di vita, Marianna Pessolano, prostratasi dinanzi a un’antica statua del Santo, risultò completamente ristabilita. Nello stesso anno, il padre della miracolata, Michele Arcangelo, fece costruire per ringraziamento una nuova statua, quella che oggi si porta in processione. Il 19 maggio 2013, in occasione del 150º anniversario dell’evento, la chiesa ove si venera San Ciro ad Atena Lucana è stata elevata a Santuario Diocesano.

La festa liturgica ricorre il 31 gennaio.

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